teatro alla scala

Il Broletto Vecchio diventa “Palazzo”

Con la sconfitta dei Torriani a Desio (1277) e l’ingresso a Milano dell’arcivescovo Ottone Visconti inizia la transizione del potere dal Comune alla Signoria che si concluderà con la piena presa di possesso da parte dei Visconti della città di Milano e in seguito delle altre città lombarde. Il mutamento della forma del potere da “popolare” a “ducale”, da “repubblicano” a “monarchico”, è accompagnato dallo spostamento di sede dal Broletto Nuovo nell’attuale piazza Mercanti all’area dove oggi sorge il Palazzo Reale.
Ottone, in quanto arcivescovo, va a stabilirsi nella sede arcivescovile accanto a S. Maria Maggiore e sistema il nipote Matteo, nominato Capitano del popolo, accanto a sè nei palazzi pubblici, mai del tutto abbandonati, del Broletto Vecchio, adiacenti al palazzo arcivescovile e ad esso collegati da un passaggio aereo. Ottone e Matteo Visconti considerarono subito i beni arcivescovili come beni di loro proprietà compresa l’antica area del Broletto dell’Arcivescovo che andava da piazza Fontana a via Rastrelli.
Alla morte di Ottone, nel 1295, un provvidenziale incendio spinge Matteo a ristrutturare il Broletto Vecchio, ormai diventato il suo palazzo, ampliandolo grazie all’acquisto delle case dei Della Fiamma. L’incrinarsi della robustezza della sua posizione dopo la morte dello zio, è rivelata anche dalla nuova torre che Matteo costruisce accanto al palazzo. 
Nel 1300, Galeazzo, figlio di Matteo, sposa Beatrice d’Este, una ricca vedova con una bambina di 8 anni. Le nozze sono celebrate a Modena, poi gli sposi danno una grande festa nel Broletto Vecchio che dura otto giorni di seguito con più di mille persone. Tutto a spese della Comunità di Milano.
Le vicende dei primi decenni del Trecento sono molto travagliate con il temporaneo ritorno dei Torriani (dal 1302 al 1311) e il definitivo consolidarsi dei Visconti come signori di Milano, di nuovo con Matteo e poi con Galeazzo e suo figlio Azzone, signore di Milano dal 1329.
In questo periodo, comunque, il palazzo del Broletto Vecchio resta sempre sede del Signore, mentre gli edifici continuano ad essere fortificati assumendo l’aspetto di un castello. Con la signoria di Azzone avvengono le trasformazioni più vistose che hanno meravigliato i contemporanei e che ci sono state descritte con toni entusiastici da Galvano Fiamma.

Il Palazzo di Azzone
Nei dieci anni della signoria di Azzone Visconti la città viene trasformata profondamente con interventi sulle mura, sulle porte e sui canali. Anche la piazza centrale è oggetto di un programma di abbellimenti che verranno descritti nella lezione sull’evoluzione della piazza. L’evento però più significativo è proprio la costruzione del Palazzo che acquista dimensioni imponenti e si arricchisce di molti nuovi e bizzarri “gadgets” che sembrano quasi anticipare le corti del Rinascimento.
E’ Galvano Fiamma, contemporaneo agli eventi, che ci informa abbastanza ampiamente sul nuovo palazzo di Azzone[1][1]. Anzitutto ci rivela lo scopo politico dell’impresa:

“Dice il filosofo [Aristotele] nel quarto libro dell’Etica che opera degna di un gran personaggio è costruirsi una casa splendida (domum decentem); infatti il popolo, osservando le sue mirabili dimore, resta stupito e grandemente ammirato, come troviamo nel sesto libro della Politica. Da questo fatto deriva la credenza che il Principe sia così potente che è impossibile attaccarlo: e la sua magnifica residenza diventa anche una residenza conveniente per la moltitudine dei suoi funzionari. Inoltre si richiede come azione ancora più onorevole, ad un Principe magnifico, di costruire templi magnifici, onde afferma il filosofo nel quarto libro dell’Etica che le spese onorevoli, che deve fare il Principe magnifico, sono quelle in onore di Dio. E per ciò Azzone Visconti cominciò a costruire due opere magnifiche: per prima cosa ciò che riguarda il culto divino, cioè la mirabile cappella in onore della beata Vergine, e quindi magnifici palazzi (pallatia magnifica), adatti alla sua residenza.”

L’ammirazione di Galvano Fiamma per il palazzo di Azzone è sconfinata: “Edificia ejus sive pallatia nullos potes sufficienter exprimere”, ma lui per fortuna ci prova lo stesso. E’ grazie a queste poche righe, sempre citate, che possiamo farci un’idea di questo palazzo. Le riporto nella traduzione di S. Latuada (II, pp. 127-28):

“Ordinò dunque Azzone, che in questo palazzo vi fosse una torre, divisa in varie stanze, con sale, gallerie, ed orti, ornati di insigni pitture. Al piè della torre, ed allo ‘ntorno furono reperite altre stanze tutte dipinte, con istanze da riposare, riccamente ornate, porte, ed antiporte [ne sit ad eum facilis ingressus sine speciali licentia]. In prospetto ad una stanza vi era collocata una picciola stanza guardata in ogni parte de’ suoi sfori con reti di bronzo, mentre serviva come di gabbia ad ogni genere di uccelli, che ivi si conservavano. Vi era ancora il serraglio per i quadrupedi, tra’ quali si annoveravano leoni, orsi, simie, babbuini, e persino uno struzzo. Di rimpetto alla casa degli uccelli poc’anzi additata vi era un magnifico salone, contradistinto col nome della Vanagloria, che ivi si vedeva dipinta, ed all’intorno vi furono dipinti ad oro, azzurro e smalto vari principi celebri nelle Storie, come Enea, Ettore, Ercole, Attila, Carlo Magno, ed Azzone.
Per segreti canali veniva introdotta l’acqua, la qual sortiva incessantemente da due bocche, e si diffondeva allo ’ntorno della quadratura del palazzo. Nel mezzo stava eretta una colonna, in cima della quale si vedeva una statoa rappresentante un angiolo, che teneva una bandiera colla Vipera, stemma della Famiglia Visconti; sotto di cui vi avevano quattro capi di leoni, da’ quali sortiva acqua, che formando uno stagno, serviva di recipiente per varj generi di pesci. Da una parte dello stagno fu disposto un bellissimo claustro con navi e figure, che rappresentavano la Guerra di Cartagine: dall’altra parte un ameno Giardino, in cui si conservavano uccelli acquatili e marini, dapprima non veduti in questa città. Oltre a tutto ciò erano le pareti mirabilmente dipinte, e formavano molte comode stanze. A canto al Giardino si alzava il Palazzo, con le Camere inferiori, e le superiori servivano d’albergo alla famiglia.”